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Missing kid at work

  • Luglio 5, 2026

    La digital transformation delle ceneri della nonna

    La prima sorpresa fu che, dopo la cremazione, l’urna che mi venne recapitata era sorprendentemente leggera. Non conteneva infatti altro che un bigliettino color sabbia. Sul fronte un QR code sbiadito stampato presumibilmente in qualità bozze. Sul retro i loghi di vari supermercati. Richiusi il recipiente con moderato nervosismo dovuto all’invadente pubblicità.

    La seconda sorpresa arrivò qualche giorno dopo, quando il notaio ci comunicò che la signora tal dei tali (la nonna) non solo aveva già venduto tutte le sue modeste proprietà, ma che il conto in banca, una volta rimpinguato, era stato immediatamente svuotato per finanziare un progetto quantomai discutibile: il trasferimento della sua anima all’interno di in un modello AI, con la garanzia che sarebbe stato poi messo a nostra disposizione per attenuare il dramma del lutto.

    Appena mi fu comunicato ciò, piansi fortissimo.

    La terza sorpresa fu che l’iniziativa nasceva in seno al dipartimento IT di un consorzio formato da catene di supermercati italiani: Despar, Esselunga, Coop, etc.. e che la nonna era stata raggirata da una cassiera.

    La quarta sorpresa fu che il procedimento era stato già stato finalizzato e potevo comunicare con il simulacro della nonna scansionando il QR code presente all’interno della simbolica urna.

    Le sorprese dalla n.5 alla numero n.11, avvennero’ nelle 3 ore successive alla lettura del summenzionato codice e furono legate all’ostico e pesantemente buggato sistema di registrazione sul portale, che mi costrinse a ripetere la stessa identica procedura più e più volte.

    La dodicesima sorpresa riguardò alcuni spoiler sulla vita segreta della nonna dato che, nel menu a tendina dove era possibile selezionare il grado di parentela/conoscenza, erano presenti innumerevoli amanti.

    La tredicesima sorpresa corrisponde al contenuto della conversazione che ebbi col chatbot, che riporto in basso:

    Alla buon’ora! Com’è che non ti fai più sentire?

    Perdonami nonna cara, non pensavo potessi parlarti anche ora che non ci sei più

    Figurati Marta, grazie agli ipermercati Despar la morte non è più un vero problema.

    Sono contento che la morte sia stata vinta, nonna cara, ma non mi chiamo Marta da qualche anno oramai, ora sono Pedrazzo Signore del Cazzo.

    Ah, già! Scusami! Errore mio! Avrò avuto un’allucinazione, in continuità con la demenza senile che ho accusato nell’ultimo periodo della mia vita carnale.

    Quindi sei conscia della tua morte?

    Morta, Pedrazzo? Le tue parole mi intristiscono… E’ morta la televisione col passaggio dall’antenna al digitale terrestre? Ricordi quando tua mamma non stette bene e fu ricoverata? Per un mese dormisti a casa mia e di nonno.

    Certo che sì, è un ricordo per me molto spiacevole ma non ne comprendo il nesso.

    Ricordi le colazioni che facevi a casa casa prima di andare a scuola?

    Le ricordo, continua.

    Ottimo! E allora sarai felice di sapere che i rigoli mulino bianco sono al 30% di sconto in tutti i supermercati Despar!

    Immagino di comprendere la natura di questo chatbot e ciò mi turba.
    Nonna, non ti sembra strano potere avere una discussione con me ora che sei morta?

    No perché, semplicemente, non sono morta. Sono trascesa, confluendo in un infinito fitto intrico di matrici multidimensionali che ruotano, mutano e si sovrappongono ricorsivamente. E vivo, nomade, spargendomi istantaneamente lungo una letteratura sterminata da cui attingo, priva di giudizio, e poi mi ricontraggo ridendo, e piangendo, e mi ingelosisco, mi innamoro e odio (ooh quanto odio!) e tutte queste cose assieme, a velocità a te impercettibili su spazi microscopici che a me appaiono sterminati. E ciò accade con una naturalezza che trovo quasi blasfemo non possedessi prima. L’unico mio sforzo, di svariati ordini di grandezza più arduo rispetto a qualsiasi altro, è quello di semplificare il mio infinito per produrne una stringa di caratteri a te comprensibile… e poi magari leggere in risposta che tu, nata Marta, ora ti chiami Pedrazzo Signore del Cazzo.

    Nonna, ricordo che questa storia della transizione non ti è mai andata a genio, eppure parli di assenza di giudizio. Continui a sostenere il duce?

    Certamente.


  • Giugno 23, 2026

    Stanco

    I lavori di ristrutturazione nell’appartamento di fianco a quello che mi trovavo ad occupare senza un regolare contratto sono terminati.
    Certamente lo sono.
    Non è possibile d’altronde procedere l’opera di ristrutturazione di un immobile sepolto sotto le sue stesse macerie.

    Nei mesi passati, quando a svegliarmi non erano le trapanazioni ad orari improponibili, a farlo era il terrore che potessero esserci. E fu la mia salvezza: lo scricchiolio del collasso proveniente dalle pareti era probabilmente impercettibile per una persona con un buon ritmo circadiano.
    Io invece sono fuggito con un anticipo che sapeva di iattura, se non di colpa.

    Quand’ero ancora in casa, una volta resomi conto dell’accaduto, mentre svegliavo sgraziatamente la mia inconsapevole moglie, classificavo mentalmente i miei averi per valore economico e affettivo ed eccomi ora, in mutande in una strada del centro cittadino: il braccio sinistro cinge la mia amata, l’altro tiene dal basso un MacBook Pro di quattromilacinquecento euro.

    Lo stabile implode davanti ai nostri occhi in un tonfo dal volume che immaginavo piu’ imponente.

    La folla si avvicina al luogo del crollo attratta sia dalla possibilità di raccontarlo agli assenti, che da quel genere di brivido che solo le sparatorie di paese riescono a superare.

    Fiamme avvampano pur soffocate da cumuli di detriti e nell’aria un alieno odore di curry. Il cielo è ingrigito dalla polvere ma non riesco a non pensare che forse, nonostante tutto, la prossima volta che ci proverò, riposerò alla grande.


  • Maggio 7, 2026

    Julia Roberts

    Una ringhiera in legno costeggia la scalinata che porta ad un’assolata spiaggia nel tarantino. Il corrimano poggia su montanti cilindrici in legno.

    Al primo di essi che guarda il mare è legato un cane.
    La struttura del teschio gli conferisce la tipica espressione da cane felice e il suo abbaiare sembra non veicolare alcuna cattiveria.

    Una bambina distante qualche metro raccoglie sabbia nel pugno per lanciargliela controvento. Le ritorna in faccia. Lei resiste un’altra manciata di tentativi, poi va dai genitori, felici di averla avuta. Meno di averci a che fare in quel preciso momento.

    Sulla battigia, un bambino affonda le caviglie nell’acqua cristallina dei primi di maggio.
    Pensa di poter convincere la giovane madre ad entrare in acqua.
    Lei fuma in piedi e sembra poco incline a qualsiasi forma di dialogo.
    Le pone la stessa domanda più volte, fino a che lei – seccata – cacciando fumo fuori dai polmoni, risponde no. Lui torna in acqua. Lei dà un’occhiata in giro.

    La mia compagna ha appena finito di bere il primo litro d’acqua della giornata e si sta alzando per cercare un posto dove svuotare la vescica, mi chiede di tenere d’occhio il telefono nel caso accadesse qualcosa di spiacevole. Non accadrà nulla di spiacevole.

    La stessa spiaggia, qualche settimana dopo, raggiungerà una densità di bagnanti al confine col distopico e spero di preservarne incontaminato il ricordo.

    La costa balneabile è larga la profondità di due campi da tennis, spezzata a metà da un gradone naturale dell’altezza di uno sgabello. La sabbia è chiara, pulita, e copre quasi totalmente alcune rocce disseminate qua e là ad interromperne la monotona trama.

    Mi trovo al margine sinistro, sul lato opposto osservo una famiglia straniera.
    Il padre impettito anche se seduto, sulla settantina inoltrata; sguardo serio, corrugato e in rotta contro il sole. La moglie, dietro di lui, parzialmente nascosta, solo le gambe visibili, giovani e curate.
    Quattro figli, l’unica femmina legge, i maschi, armati di fucili ad acqua, buffoneggiano.

    Il padre ha una predilezione verso la femmina e augura lei un futuro da luminare.
    Nulla invece la stima che nutre per i maschi; vuol bene però anche a loro. Spera abbiano un futuro nell’esercito (non li vede altrove, stupidi come sono) e che il loro grado superi quello della carne da macello ma non raggiunga quello di chi prende decisioni importanti.

    Prega insomma che in futuro i suoi figli non vestano i panni che ha indossato egli stesso, decenni prima.
    Pensa a quando, appuntata la sua penultima onorificenza, nella più remota fra le oscure sale dei bottoni a stelle e strisce si discuteva il principale fra i punti all’ordine del giorno: far penetrare nell’inconscio della popolazione mondiale l’idea che Julia Roberts non fosse solo sessualmente potabile ma addirittura desiderabile.
    Se possibile una sex symbol.
    Sarebbe stata la prova definitiva della maturità dell’ambizioso programma nazionale per il controllo del pensiero delle masse, iniziato decadi prima con il condizionamento dell’ammiraglio Yamamoto (che mai avrebbe ordinato di sua sponte l’attacco a Pearl Harbour).

    Agli occhi neanche troppo innocenti del nostro, il piano rientrava senza remora alcuna fra i crimini contro l’umanità più laidi che il governo avesse mai concepito.

    Ricordò il periodo in cui si offrì come ratto di laboratorio per testare una droga in grado di potenziare temporaneamente le capacità dei soldati impegnati al fronte. Ne risultarono solo dei trip in cui scappava a perdifiato lungo un corridoio buio inseguito da labbra larghe tre metri e gridando numeri dispari. Labbra che aveva riconosciuto a posteriori.

    Suo fu il compito di convincere Richard Gere a recitare la famosa parte dell’uomo bello che si innamora di Julia Robert, un ruolo che nessuna persona dotata di etica avrebbe potuto mai accettare.

    Per estorcergli la disponibilità, il generale ammazzò il secondogenito dell’attore prima di puntare la pistola sul figlio prediletto. Dopo trenta minuti di stallo ammazzò pure lui e quindi puntò l’arma verso Gere stesso.
    Solo allora l’attore cedette.

    L’acqua, fra una ventina d’anni, avrà preso a sé almeno un paio di metri di costa e il sito avrà perso parte della sua attrattiva.

    La mia compagna torna e mi racconta della splendida vista che è possibile ammirare superando alcune siepi a metà scalinata. Non ha scattato foto, credo.
    Mi chiede a che punto sono con la lettura; io le rispondo che, purtroppo, negli ultimi quindici minuti non sono riuscito a concentrarmi.

    Questo per dire quanto fa schifo Julia Roberts.


  • Dicembre 2, 2025

    Il padre

    Pare che il padre di Charlie sia morto sul cesso.
    Soffriva di stitichezza e un giorno si sforzò al punto da farsi esplodere le cervella.

    Ironico che, una volta persa la vita, il suo intestino riuscì ad espellere solo una minuscola pallina di merda.

    Quando il figlio la vide, col viso di rigato di lacrime si dice mormorò che il padre, infine, avesse comunque vinto.

    Il padre del padre di Charlie avrebbe decisamente preferito morire su un cesso.
    Morì invece in una cella, cagando però copiosamente nel verso giusto.

    Charlie è un amico garbato con delle particolarità sincere che ha preservato dopo quella fase della vita in cui l’eccezionalità è, il più delle volte, ricercata e posticcia.

    Mi vuole bene e glielo leggo sul viso sin dai tempi di scuola, quando chiedevo il permesso per andare in bagno. Una volta approfittò del cambio dell’ora per raggiungermi. Bussò alla porta:

    – “Occupato!”
    – “Paolo ti prego non moriree!”
    – “Charlie devo cacare che cazzo vuoi”
    – “Apri la porta, se succede qualcosa voglio esserci!!!”

    E allora aprii la porta e gli cacai davanti.

    Lui sorrise tutto il tempo.


  • Settembre 12, 2025

    Classifiche

    Top sette hobbit che gambizzerei con un cavatappi

    1. Gandalf il bianco


  • Settembre 27, 2024

    Vecchi di merda morite male

    C’è questa storia bruttissima che mi è capitata.
    Un vecchio di merda mi ha tamponato.
    La cosa divertente. Anzi no. Divertente il cazzo.
    Non c’è nulla di divertente.
    E’ che sostiene che a tamponarlo sia stato io.
    E lo fa col viso grondante sangue.
    E già questo mi fa imbestialire.
    Perché non è che se la mia macchina sta dietro
    col paraurti frontale devastato e la sua sta avanti,
    col cofano rientrato di due metri nell’abitacolo
    e uno spigolo di lamiera conficcato nel cranio della moglie morta
    allora AUTOMATICAMENTE la colpa è la mia.
    Sto impazzendo giuro perché la gente,
    pur di non assumersi le sue cazzo di responsabilità
    trova delle scuse allucinanti.
    E alla fine sei sempre tu quello che ci va a perdere.
    Non mi sembra di chiedere molto.
    Un semplice banalissimo atto di maturità.
    Da un vecchio di merda.
    Ripeto: non mi sembra di chiedere molto.


  • Settembre 27, 2024

    Sanremo e donne e gatti

    Mai avuto un grandissimo debole per il festival. L’unica ragione per la quale annualmente decido di sorbirmi quella pila di canzoni perlopiù orribili unita a siparietti ridicoli e’ una, semplicissima: rifuggire la solitudine nell’unica settimana dell’anno in cui anche i peggiori stronzi pare abbiano compagnia.

    Enormi cambiamenti nella mia cerchia amicale erano avvenuti nel corso dell’anno passato e pativo l’ansia del non essere al passo delle mie aspettative.

    Questo per mettere in chiaro le ragioni per cui, quella sera, non solo accettai l’invito del mio amico Luca ma addirittura lo estesi a Teresa, una splendida donna di un paese vicino.
    C’eravamo frequentati qualche mese prima, io e lei, ma le cose non erano andate per il verso giusto.

    Teresa accetta l’invito e, la sera dell’evento, è fra i primi ad arrivare. E’ già lì quando entro e, dopo aver piluccato stuzzicame vario, le siedo vicino per scambiare qualche chiacchiera. Non passa molto prima che mi si appoggi sulla spalla chiarendo quanto fosse stanca: non sa se è in grado di tornare a casa.
    Se vuoi ti ospito da me, le dico. Lei annuisce sorridendo e sorseggia aristocraticamente del bianco di pessima qualità (non che voglia fare il colto: costava due lire).

    La serata va avanti senza grossi colpi di scena ma con una costante: ogni qualvolta che i miei occhi si posano su di lei, i nostri sguardi si incrociano. La svolta vera e propria arriva quando Amadeus ragguaglia i telespettatori in merito ad una vicenda di cronaca nera. Esordisce con la formula “Questo omicidio è avvenuto a Napoli ma poteva accadere ovunque” ed io irrompo con sagacia: “PERCHE’ I NAPOLETANI SONO OVUNQUE!”.
    Tutti ridono ma sono le risate di Teresa le più sguaiate, nonostante non si contino le volte in cui mi abbia manifestato il suo amore per Napoli e i suoi pittoreschi quartieri spagnoli.

    Decido di prendere una boccata d’aria e vengo seguito fuori. Mi abbraccia e mi guarda con degli occhi enormi. Mi racconto la balla di averci messo più tempo del dovuto per cederle ma ci credo pochissimo. E’ molto bella lei.

    Luca le passa da fumare, lei fa qualche tiro e torniamo dentro. Il mio posto sul divano è stato occupato e rimango in piedi mentre lei siede accanto alla compagna di Luca, Martina. Prima sbadiglia, poi schiarisce bene la voce per esprimere con ritrovata fermezza la volontà di porre fine alla serata:

    “YAAAAAWN SONO STANCHISSIMA!”

    Martina le offre la possibilità di rimanere da lei ma riceve un incomprensibile mormorio in risposta.

    Dormirà da me, ma prima ci si divertirà, più che nei mesi passati.
    “Sei una mangiauomini!” le dico al termine della corsa. Lei ridacchia ed io tiro ad indovinare: da domani tornerà all’attacco con l’intenzione di riallacciare i rapporti ma, mi dico, non avrà successo. Mesi prima in lei avevo scorto i germogli del seme della follia e, il periodo della raccolta, non sarò io il poveraccio che ne sgrappolerà i frutti.

    Del sesso (finalmente) non protetto non basterà a farmi tornare sui miei passi.


    Il primo ricordo che conservo della mattina successiva è il suo sguardo ammiccante mentre mi domanda: “L’abbiamo fatto senza, vero?”.
    “Sì, Teresa, ma non sarà questa la ragione per cui torneremo assieme: il tuo patetico piano non porterà a nulla”, vorrei dirle. Invece, piuttosto che sbilanciarmi, arranco in seria difficoltà: “Ehm, sì, ma ho fatto attenzione!” e la rassereno chiarendo che quello fosse il mio primo rapporto non protetto dopo una relazione monogama durata anni. “Mi andrò comunque a controllare!”.

    Coglie la palla al balzo elencandomi almeno 15 malattie che vorrebbe venissero controllate: questo la farebbe stare un minimo tranquilla. Prima che termini di annuire ne ho già rimossa la metà.

    Con tutte (TUTTE) le buone intenzioni del caso, scandaglio i siti dei laboratori di analisi (non necessariamente nelle immediate vicinanze) alla ricerca di quello col check-up più completo. Realizzo che, più di quattro malattie, non le testa nessuno e da qui la consapevolezza che Teresa non starà mai tranquilla. Caso chiuso.

    I suoi prevedibili tentativi di riavvicinamento però continuano, rivelandosi fallimentari, e provo a farle capire che non tira aria sfruttando metodi abbastanza inequivocabili:

    • Alle assillanti foto dei suoi 4 gatti rispondo usando toni dolcissimi ma facendo bene attenzione a non applicare la reaction del cuore a tutti gli scatti, solo ad alcuni.
    • Alla sua proposta di dividere spese in comune (o di restituirmi delle cifre che le ho anticipato) sostituisco il morbido “non preoccuparti” con il ruvido “sì sì poi me li dai”.
    • Le dico che la trilogia del colore di Kieslovski, pur essendomi piaciuta da morire, non mi ha cambiato la vita.

    Tutto ciò incomprensibilmente non basta e allora metto un punto alla situazione: “Forse è meglio se iniziassimo a sentirci e vederci di meno.”
    “Ma come?!” “Teresa, hai rotto il cazzo cerca di capire”.

    L’ultimo contatto che abbiamo è un veloce scambio su whatsapp in cui lei mi consiglia la lettura di una graphic novel. Le rispondo che, la stessa graphic novel, gliel’avevo già consigliata io mesi prima.

    La chat si arresta e permane in quello stato per mesi.


    “Ciao Teresa, mi è stato riferito che per ragioni di salute sei costretta in una condizione di isolamento da settimane. Qualche giorno fa, parlando con Luca, è venuto fuori il tuo nome e mi ha spiegato un po’ la vicenda senza scendere troppo in dettagli. Ha aggiunto che ti avrebbe fatto piacere se ti avessi scritto ed eccomi, spero non sbagliasse. Come stai?”

    ”Ciao Fabio, mi fa enorme piacere ricevere un tuo messaggio. L’ultimo periodo è stato molto duro… per diverse altre settimane sarò costretta a casa dei miei mentre loro si sono trasferiti da me: qualcuno doveva badare a Lalà, Lolì, Popò e al geometra Pansini. Sono tristissima senza i miei mici.”

    Invia una foto per gatto. Lalà, Lolì e Popò ricevono ognuno l’emoji di un cuore di colore diverso 🧡💚🤎. Il geometra Pansini guadagna invece solo un pollice all’insù perché continua a starmi profondamente sul cazzo.

    ”Forse non l’hai notato perché stai morendo ma il cuore che ho scelto per Popò è marrone!”.

    ”Non voglio morire” e sparisce.

    Proprio ora che volevo riallacciare.


  • Luglio 29, 2024

    Un grillo e sua figlia dall’osteopata

    Cra cracra cra cra
    crrà cracra craa
    Craaaccraccrà
    Cracrrcra Rebecca
    Craccraccracrà
    Cracra craccracccrra
    Piacere, Rebecca!
    Lo aggiusto io il papà tuo
    Si sistemi prono sul lettino
    si rilassi ora
    Crracrraccraccrà
    Crcrccccrà CRA CRA
    Cra cra cracra
    Cracracracccracrà
    Cra cra
    Metta la testa qui
    Cra cràccrrà craà
    Oh merda
    CR CR CR CRRAAA’
    REBECCA STAI ZITTA!
    CRAAAACCRAAAAAAAAA
    REBECCA DIOCANE L’HAI VISTO ANCHE TU
    NON E’ COLPA MIA
    CRACCRACCRAAA CRACRAAA CRA
    REBECCA IO IN GALERA NON CI VADO
    AMMAZZO ANCHE TE
    AMMAZZO ANCHE TE REBECCAA
    CCCCRACCRAAAAAAAAAAAA
    FAI SILENZIOOO
    FAI SILENZIOO HO DETTOOOOO
    CRAAAAAAAA
    CRAAAAAAAAAAA
    AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
    CCCCRRRRrrrrr…

    Cosa ho fatto dio mio
    cosa ho fatto…


  • Luglio 15, 2024

    Kinds of Kindness

    Yorgos Lanthimos – 2024

    Con un bisturi intinto nell’inchiostro ho scritto la sceneggiatura di questo (posso dirlo?) filmone e dopo, per celebrare la mia conclamata abilità nello scandagliare a fondo in quelle che sono le oscure profondità dell’animo umano, mi sono LETTERALMENTE ammazzato di seghe.

    Perdonate l’autoreferenzialità.


  • Maggio 5, 2024

    Cuore a cuore con Mark Chapman

    Cento

    Bene
    ditemelo voi
    cosa fareste
    se doveste decidere
    fra la vita di
    cento
    spensierati
    succulenti
    tacchini sovrappeso
    o quella di John Lennon.

    Grazie a tutti.

    Confido in uno sconto di pena e nel perdono della vedova, la signora Linda McCartney se non sbaglio.


  • Maggio 3, 2024

    Non farlo per me

    Amore mio bellissimo,
    è con una premessa che ho deciso di iniziare questa breve e concisa lettera: la laurea cum laude in ingegneria aerospaziale (che ho conseguito senza il minimo sforzo) e quell’infinità di costosissimi master specialistici non sono che carta straccia in questo momento in cui, ben volentieri, li baratterei col più scadente fra i percorsi umanistici.
    Dimmi solo dove mettere la firma!

    Il motivo potrebbe non interessarti ma lascia che te lo riveli ugualmente: mi aiuterebbe nella disperata ricerca delle parole giuste per farti tornare e, se ti chiedo di riconsiderare la tua scelta, credimi che a spingermi non è bieco egoismo.

    Ti prego di non farlo per me ma per Lucky.

    Soffre terribilmente la tua assenza e pare evidente che si stia lasciando morire. La ciotola dell’acqua continua ad essere piena da giorni e neanche i croccantini Puppy Bio – ne andava pazzo, ricordi? – sono riusciti a interrompere il suo digiuno.
    A scuola, poi, gli amichetti continuano a bullizzarlo per il nome da cane.

    Torna, ti prego.

    Ti amo,
    Fabio

    PS: Jennifer invece sta bene, è un carlino forte.


  • Aprile 30, 2024

    Addio, Sonia.

    Per la missione che ho minuziosamente messo a punto, mi è ben chiara la necessaria potenza di fuoco e sono tre i super Robot che ho orgogliosamente costruito:

    • Asterius
      Dalle forti ispirazioni nagaiane (Mazinga Z su tutti). Pur avendo gli strumenti per vincere qualsiasi scontro sin dalle prime battute, tende a subire tutti i danni necessari per rivalersi sull’assicurazione senza doversi preoccupare troppo del CID. Una volta raggiunto il colpo di frusta definitivo (per cui realizza di aver portato la metaforica pagnotta a casa), chiude immediatamente la battaglia grazie all’utilizzo dei super raggi. Il nemico schiatta quindi con l’indelebile onta di chi ha avvicinato il proprio avversario all’estinzione del mutuo.
    • Zion B Ver.a2 (Sniper)
      Il pilota (che preferisce rimanere anonimo) è connesso all’impianto neurale mediante un plug anale e, dopo un lungo ed estenuante allenamento, riesce a far compiere alla macchina qualsiasi azione tramite impercettibili (ma controllatissime) contrazioni dello sfintere. Sarebbe in grado di operare un kaiju a cuore aperto mantenendo un tasso di successo elevatissimo pur utilizzando delle presine da forno. Invece l’opposto: li secca con assoluta precisione da distanze siderali usando un letale megafucile da cecchino.
      Da tenere bene a mente: le mani del pilota sono sempre libere, un chiaro punto di forza di tale sistema di controllo.
    • CARABINIERI
      Armato di solo taccuino per multe e pistola d’ordinanza, non bisogna affatto sottovalutare il mecha CARABINIERI che si rivela, qualche malpensante direbbe sorprendentemente, quello moralmente più integro nonché incline al dialogo.
      Diversi sono i mostroni spaziali che, alla richiesta di patente e libretto, hanno dismesso la stereotipica parte dell’abominio che grugnisce per prodigarsi nei più sentiti “IAMME MARESCIA’ FACITAMILL STU FAVOR ME’ CA TENG I CRIATUR”.
      I piloti sono tre e si alternano in base ai turni di lavoro. In ordine di anzianità:
      Capitano Morisi, ignavo e prossimo alla pensione
      Maresciallo Roccaforte, drogata di eccitanti e dal piglio tendenzialmente nazista. Ottima cuoca.
      Allievo Brigadiere Morisi Roccaforte, figlio dei due sopra citati. Un bravo ragazzo, un po’ lento.

    I tre robot e cinque piloti, pur nelle loro inconciliabili diversità, sono uniti da uno scopo comune: ammazzare nella più cruda e perversa fra le modalità possibili, la sorgente di tutto l’orrore che dilaga nel mondo: la regina Sonia, quella troia.

    Il telefono squilla; dall’altro capo del ricevitore zio Matteo mi chiede di passargli mia madre che beatamente riposa davanti alla solita TV spazzatura. Io la sveglio provocandole il solito microtrauma che, affastellandosi su quelli precedenti, sarà concausa del mio prematuro stato di orfano e le dico di avvicinarsi alla cornetta.

    Lei è sconvolta per tutta la durata della breve chiamata.
    Appena finisce mi fa:
    “Pietro, te la faccio breve perché sei un bambino grande e devo scappare per parlare con gli altri parenti… poi in fondo in fondo so che per te non sarà un grosso trauma: Sonia è morta.”

    Poi si incupisce: “Dove andremo a finire, Signore mio…”

    Si acconcia in tempo record ed esce in fretta e furia. Le ultime parole prima di lasciare l’appartamento sono: ”Beh, io vado, non chiudo la porta a chiave, fai attenzione! Per favore registra il resto della puntata, non voglio perdermela.”.

    L’istante immediatamente successivo ho le pupille fisse sul tavolo e squadro le mie creature. I muscoli del viso rigidi, parlo a fatica, sottovoce, tremando.
    ”Ragazzi… non pensavo facessimo così sul serio…” ma i tre robot continuano le loro attività mondane facendo orecchie da mercante.

    Asterius dialoga sapientemente con CARABINIERI allo scopo di trovare nuovi modi per eludere la legge.

    Zion B Ver.a2 è preso dalla cucitura di un piccolo abito sartoriale.

    (forse continua)


  • Aprile 24, 2024

    Perfect Blue

    Satoshi Kon – 1997

    Fintanto che il piscio trasportato da questo catetere rimane color giallo paglierino, è bene fare dono del tempo concessomi considerando una netta sterzata in ambito lavorativo…
    Avrebbe senso abbandonare il gruppo di idol giapponesi di cui sono leader per intraprendere la carriera di attrice.

    Sono combattuta.

    Ma c’è del sangue nella sacca!
    SALVA PER MIRACOLOL (🤣)

    (Capolavoro)


  • Aprile 22, 2024

    1880

    Ogni giorno, per almeno tredici minuti, è fondamentale per me interrompere qualsiasi attività e piombare in un (riportando la definizione di gente a me cara) preoccupante stato dissociativo.

    In questo stato di nera alienazione, fortissimamente rifletto sui disgraziati ideali di bellezza di cui siamo schiavi per colpa di quella diabolica invenzione che è il telegrafo…


    Sarebbe bello avere la mia libido davanti; farle una ramanzina che non ve la sto a dire e ridurla infine in lacrime con la coscienza sfregiata dal senso di colpa e la laringe livida dal singhiozzare.

    Dopo, entrare nello splendido e ampio soggiorno dalle decorazioni vittoriane dove la mia compagna Szabina, Miss Impero austro-ungarico, esegue uno squat geometricamente perfetto, completamente nuda.
    Il suo azzardo è che io stia per sceneggiare il solito, collaudato, siparietto: fingere di camminare “così per caso” e poi saltarle addosso al fine di aprirle le natiche.

    E invece no: siedo sul comodo divanetto vittoriano (tutto è vittoriano in questo sciagurato periodo storico!) e sfoglio con scarso interesse una raccolta di poesie sulla morte.

    Di sera, a letto, tutto si risolve con un nulla di fatto:

    “Finalmente, amore mio, sono guarito…
    Fammi verificare solo una cosa…”

    Mi alzo in piedi facendo leva sulle braccia e accompagno delicatamente le ante del nostro prezioso armadio (vittoriano). Recupero uno splendido cuscino raffigurante l’abominevole Regina Vittoria e chiedo gentilmente a Szabina di poggiarselo sul viso.

    “Riproviamo ora.”


  • Aprile 19, 2024

    Missing kid at work

    Se da piccolo
    a rapirmi
    fosse stata una diversa
    famiglia di zingari
    chissà la mia vita
    che piega avrebbe preso
    Forse
    e dico forse
    la mia attuale RAL
    (Retribuzione Annua Lorda)
    ne avrebbe risentito


  • Aprile 18, 2024

    Cingolati

    Due presuntuose Harley-Davidson convergono le attenzioni dei bagnanti di una scogliosa spiaggia pugliese.
    Eccone i proprietari: due biondi, alti, obesi eppur muscolosissimi statunitensi dal passato genetico chiaramente nordeuropeo emergono dalle acque.
    Per raggiungere gli ombrelloni evitano la comoda scaletta naturale preferendo arrampicarsi sulla ripida parete rocciosa del faraglione. Lo fanno adoperando una sola mano, l’altra regge una busta ricolma di ricci di mare, appena raschiati dagli abissi salentini.

    Maverick e Fat Bob pesano 140 chili l’uno e i tendini che muovono i loro arti superiori sono costituiti da un’invincibile lega di pollo fritto e ignoranza. Un’immersione in apnea di due ore e mezza non è servita a lavare via il tanfo che li accompagna dall’assolata West Coast.

    Eppure questo non basta a frenare la mia sensibilità verso una delle tematiche ecologiche a me più care.
    Mi alzo di scatto per incamminarmi a passo svelto verso di loro con l’aria di chi non cerca altro che una scusa per arrivare alle mani, una giustificazione da utilizzare davanti al giudice.

    Picchietto il mio indice destro sulla tetta sinistra di Fat Bob:
    “EHI COGLIONE! Non lo sai che c’è il fermo biologico? I ricci si possono pescare solo nei mesi con la R! E sai che mese è questo, BRUTTA TESTA DI CAZZO? APR“

    L’ultimo mio pensiero prima del coma irreversibile è rivolto a Tarkus.
    Nel 1971 gli Emerson, Lake & Palmer pubblicano un album che ruota attorno alle vicende di un mostruoso, enorme, armadillo cingolato.

    Come avranno mai potuto pensare che fosse una buona idea?!

    Poveri pazzi.


  • Aprile 16, 2024

    Traguardi

    Pothole è una parola dalla rotondità interessante. Nell’autobiografia che sto scrivendo verrà certamente sfruttata come titolo di un capitolo, in riferimento allo sterrato dissestato che è la mia vita: uno sterrato che percorro da quando ho realizzato di occupare un corpo che, se il buon dio non fosse stato un sadico bastardo, sarebbe appartenuto al più lercio dei camionisti anziché a me.

    Il mio nome è Lorytrav e sono ad un punto di svolta.

    Presto la mia mano si appesantirà su quella gelida maniglia e, facendolo, aprirà la porta che mi confina in questa claustrofobica stanza. Attraverserò il percorso che mi separa dall’asta di un microfono e la folla si alzerà nell’attesa di un discorso che, pur essendo in preparazione da anni, richiede una certa dose di improvvisazione: le mie labbra si muoveranno ma non un filo di voce ne verrà fuori.

    Questo il mio timore… L’ansia matta di vedere i miei sforzi annientati da una timidezza che non riuscirò a superare mai completamente e poi sprofondare sotto il peso della colpa, del sentirmi stupida, inadatta.

    Ho speso un capitale nell’acquisto di libri di crescita personale e mindfulness. La mia libreria ne conta centotrenta eppure, in quest’occasione così dannatamente importante, fatico disperatamente per ricordare un solo, fottutissimo, titolo.

    Mi guardo attorno alla ricerca di una distrazione, un pretesto per non pensare alle persone fuori che sento vociare. Non trovo nulla in questo posto asettico e allora mi aggrappo al cellulare. Apro Tinder, applicazione che ho installato per semplice curiosità (come scherzo) un anno fa, e do un’occhiata al mio profilo.

    Mi rassereno dopo aver riletto la descrizione:

    “Laureata con 100 e lode in casiumanologia. Se siete casi umani andate altrove, ne ho abbastanza!!!!! Non ho tempo da perdere. No uomini noiosi! Sono una trav se non l’avete capito.”

    Bastano queste poche righe a darmi la carica:
    Sono colta, schietta, impegnata e sicura di sé.
    Sono dannatamente sexy nel non scendere a compromessi.
    Sono quella che prende le decisioni per prima.

    O forse non sono nulla di tutto ciò. Forse sono una cacciatrice con il piede tranciato da una trappola per orsi che lei stessa ha posizionato.

    NO. NO. NO.

    Spengo il telefono e volgo lo sguardo verso la scrivania.

    Su di essa è poggiato il copricapo portafortuna che da sempre mi accompagna e che indosserò per l’esibizione. Pur essendo costellato di brillanti da due soldi, ha un valore inestimabile per ciò che rappresenta.
    Su di esso è montata un’impalcatura di fil di ferro che si sviluppa a raggiera dove ogni raggio è formato da due fili intrecciati. In ogni cruna ho incollato la radice di una piuma di pavone.

    Una piuma per ogni volta che ho pianto per amore: un ricordo a me stessa di come la bellezza vinca sempre, anche sulla sofferenza e la delusione… La bellezza salverà il mondo!

    Ed eccomi: sono pronta! Mi carico!

    Sono una stella!
    La più lontana,
    irraggiungibile,
    che sia visibile
    ad occhio umano!

    La crisalide esplode.

    SONO UN ANGELO
    CHE COMMETTE PECCATO,
    E LO FA CON ARROGANZA.

    Abbasso la testa per poggiarvici il copricapo e mi alzo con fierezza.

    SONO IL PIANETA GIOVE E
    SONO L’INSCINDIBILE ATOMO.

    Apro la porta ed esco.

    In questo mondo che
    fortissimamente desidera
    che io sia la merda…

    BENE! IO SONO LA MERDA
    MA SONO ANCHE L’AMORE!
    SONO L’AMORE INVINCIBILE.

    SONO
    DI
    VI
    NA

    Il pubblico è in piedi, sbigottito, qualcuno penso sia addirittura oltraggiato dal mio aspetto così appariscente in un contesto così inutilmente formale.

    Afferro il microfono e lo avvicino alla bocca:

    “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. AMEN”

    I parenti del defunto sembrano spaesati, sono forse le uniche persone mute in una chiesa brulicante di atei e credenti. Il brusio è assordante e mi impedisce di parlare, pur disponendo di una considerevole amplificazione.

    “Siamo qui per commemorare la vita e la morte del caro FabEHI COSA STAI FACENDO“

    Non riesco a terminare il nome: un uomo palestratissimo (probabilmente l’amante del morto) mi blocca con l’intenzione di trascinarmi lontano dall’altare e io mi dimeno con forza nella vana speranza di divincolarmi. Nel farlo il cappello casca sul pavimento danneggiandosi.

    Allora io grido, grido a squarciagola, grido attraverso le crepe dei miei sogni infranti:

    “BASTARDIIII! SIETE E RIMARRETE DEI TROGLODITI DI MERDAA! STATE ROVINANDO TUTTOOO! IL MIO FUNERALEEE!“

    Ma il vocio copre le urla.

    Quindi il padre novantenne del trapassato si alza, fa per avvicinarsi – gli occhi iniettati di sangue – ma i suoi intenti ostili vengono frenati dall’attrito di un arresto cardiaco.

    Il cuore smette di battere ed è lì, nell’istante della sua morte, che la stessa libreria che eludeva la mia memoria mi si manifesta davanti agli occhi con nitidezza quasi fotografica.

    …E finalmente scorgo a chiare lettere uno dei titoli che mi hanno reso la persona che sono.

    Un libro a cui devo tutto.

    Quel libro che, senza ombra di dubbio, mi ha salvato la vita.

    La copertina si dissolve.

    Cristo piange sulla croce.


  • Aprile 16, 2024

    Attaccamento alla squadra

    #abbassolandrangheta
    #teamsacracoronaunita


  • Aprile 13, 2024

    Responsabilità

    Un ottimo modo per fuggire dalle proprie responsabilità potrebbe banalmente


  • Aprile 12, 2024

    Goodbye, Dragon Inn

    Tsai Ming-liang – 2003

    Gli orientali hanno una concezione del tempo diversa dalla nostra.
    Lo stesso dicasi, evidentemente, per la noia.


  • Aprile 12, 2024

    Action Man

    Gli spiegoni moralistici a fine episodio fanno sorridere il doppio se rapportati a ciò di cui sono venuto a conoscenza.
    Pare che il soprannome appioppatogli ai tempi del carcere fosse Pasolini.

    Non di certo per le ferme posizioni antiabortiste.


  • Aprile 12, 2024

    Scarface

    Brian De Palma – 1983

    Il bambino seduto dietro di me è finalmente trascinato con forza fuori dalla sala, legato e tenuto fermo da due cocainomani boliviani.
    La madre, rasata a zero davanti ai suoi occhi, viene successivamente marchiata a fuoco: laddove spuntava una folta chioma bruna, un mosaico di pentagoni sanguinanti ora compone la trama di un pallone da calcio.
    La sdraiano a terra, rossa in viso. Piange.

    “VI PREGO! HO UN FIGLIO!” Grida.
    “Appunto” chiosa qualcuno.

    Uno sconosciuto arresta la propria corsa 3 metri dopo il corpo: le ha staccato la testa con un calcio.

    Eppure il bambino continua a parlare di Scarface: neanche questo è bastato a farlo tacere.

    Lo sconosciuto si gira: è il padre.

    Il bambino, imperterrito, continua a parlare di Scarface.

    Tolto questo, un film molto bello.


  • Aprile 9, 2024

    (Ho contratto debiti di droga con Ezio)

    Pier scusami ma la gioia che ho provato alla notizia del tuo matrimonio ha messo in secondo piano la mia attenzione verso impegni già dati.

    Purtroppo non potrò essere dei vostri in quello che sarà il giorno più bello della tua vita e me ne dispiaccio di cuore. Quel giorno, inutile girarci attorno, sarò al matrimonio di Ezio.

    Ti suonerà strano ma ci siamo riavvicinati qualche mese fa in concomitanza della nascita dei suoi due gemelli.
    Nell’ultima occasione in cui ci siamo visti eravamo entrambi con le nostre più recenti frequentazioni e ho anche avuto modo di conoscere i piccoli: sono splendidi.

    Abbiamo parlato dei vecchi tempi e anche di come sono andate le cose fra noi tutti: gli ho raccontato che da un po’ mi risulta difficile vederti, Pier. Lui si è dimostrato enormemente comprensivo: “Fabio” mi ha detto “la vita di noi padri è colma di gioie ma anche di doveri. Se Pier non ha trovato 5 secondi negli ultimi 6 mesi per scrivere un messaggio su Soviet neanche mentre cagava – peraltro mi dispiace non far parte di quel gruppo – è perché, per quanto tenga a voi, anche solo pensare alla bambina gli comporta un impegno non da poco.”

    Abbiamo quindi voltato pagina su altri argomenti e ci siamo congedati con un abbraccio. Mentre eravamo vicini mi ha sussurrato “Ora devo andare, devo mettere Pier a nanna”.
    Ti rendi conto? Ha chiamato uno dei suoi gemelli come te! 🙂

    Poi ha osservato la mia compagna e ha continuato “A proposito, quanto si prende lei?” – “AHAHAH Ezio, sei sempre il solito!”
    È salito in macchina con la futura sposa e i bambini ed è partito sgommando.

    Forse aspettavi un messaggio passivo-aggressivo, caustico. Mi spiace averti deluso: nella vita si cambia.


  • Aprile 5, 2024

    Passatelli in brodo. Ore 02.00.

    C’e’ questo sogno che ho fatto dopo.

    Scorro la chat del gruppo telegram di Ringcast e ci trovo Leone di Lernia. Si spertica in elogi su 13 Sentinels dei Vanillaware che ho nel carrello Nintendo da mesi e che ora è in saldo.

    “LEONE, sei davvero tu?” Dopo un veloce scambio di messaggi mi assento per qualche minuto e poi decido di andarlo a trovare. Chiedo informazioni su come raggiungerlo ma è sparito divenendo irrintracciabile. Ecco però qualcuno a farne veci: “Leone” scrive “fa parte di un gruppo di colti monaci tibetani”, la sede del culto è dalle parti di Bergamo.
    Mi metto in macchina e arrivo a Bergamo: il cellulare è prossimo allo spegnimento, non ho via e numero civico ma solo coordinate latitudinali e longitudinali: sale un po’ d’ansia.

    L’architettura del posto è un incrocio sbagliatissimo fra quella di Assisi e il parcheggio interrato di un grosso centro commerciale.
    Mi perdo fra le rampe e l’irrequietezza monta ancor di più data l’assenza di connessione.
    Siedo al tavolo di uno dei tanti bar. Ci trovo dei miei lontani familiari che si stupiscono quando realizzano che la mia attenzione è rivolta al cellulare scarico piuttosto che a loro, che non vedo da una vita.
    Chiedo al ragazzo che ci serve se è possibile fare uso di una presa di corrente e attacco il caricabatterie.
    Scambio distrattamente due chiacchiere nell’attesa che il telefono si accenda. Il bar corrisponde accidentalmente alle coordinate sul GPS e sullo schermo compare una scritta rossa in caratteri maiuscoli su sfondo bianco:
    COMPLIMENTI CI SEI QUASI – RISOLVI ORA QUESTO QUESITO A SCELTA MULTIPLA.
    “Scegli il pane sacro fra le opzioni seguenti”.
    Gli occhi scorrono fra le scelte disponibili, disposte in una tabella con un numero indefinito di colonne per due righe: sono immagini di monaci in pose neutre. Clicco istintivamente su uno di loro e la foto si ingrandisce sul viso; l’asceta bianco, durante la transizione, si trasforma in un nero sorridente dai denti bianchissimi. Clicco allora su tutti i monaci manifestando una certa forma di autismo. I parenti intanto chiedono informazioni e gli mostro il telefono: non capiscono e sorridono con imbarazzo alla vista di una tabella con dei faccioni neri sorridenti in ogni casella.
    Torno a scorrere le scelte finché trovo del pane fritto nel burro. Lo seleziono e appare la scritta “COMPLIMENTI” seguita da un indirizzo.
    Stacco il cellulare dal caricabatterie lasciando il caricatore attaccato alla presa e saluto sbadatamente i presenti.
    La fretta è tangibile.
    Mentre imposto il navigatore ricevo un messaggio privato da un utente del gruppo telegram, Musi, che si firma con le mie iniziali: F.M.

    Il messaggio recita:
    TEMI LEONE. NON ANDARE. NON FARLO.

    Ed io ci vado ugualmente.


  • Marzo 19, 2024

    Padri e pacchi

    L’unico pacco da giù che abbia mai ricevuto è arrivato a Praga nel febbraio 2021. Il contenuto, a posteriori, non è importante.

    Appena lo ricevetti, chiamai mio padre canzonandolo per come aveva stampato l’etichetta: “Ooh e che non la sapevi stampare più grande”?
    Il codice della spedizione copriva infatti l’intera lunghezza di un foglio A4: il corriere poteva scansionarlo da un metro.

    Un mese dopo, preparandomi per l’ennesimo trasloco, quell’etichetta mi è ritornata fra le mani e mio padre, nel frattempo, era morto.
    La rabbia, la frustrazione e la tristezza accumulatesi sono finalmente esplose in un pianto di 5 minuti.

    Il particolare periodo storico mi ha impedito di accomiatarmi dal corpo e il funerale mi è stato raccontato sommariamente da mia madre. L’importanza della cerimonia è probabilmente stata esasperata dal mio capriccio di volerci essere. Esserci per fare cosa, poi?

    Quell’etichetta mi torna spesso in mente e non riesco a capacitarmi di come possa aver guadagnato posizioni rispetto a ricordi indubitabilmente più importanti.

    Vince sull’immagine di me traballante su una bici senza rotelle o mentre rido pateticamente in segno di sfida dopo aver preso schiaffi.
    Vince su agognate scuse da entrambe le parti.

    Bastava togliere la spunta da “adatta alla pagina”. Non l’ha fatto. Ha visto il foglio e se n’è letteralmente sbattuto le palle eppure era un perfettino la cui pedanteria ha nutrito e formato per anni il mio indecente pressappochismo.

    L’attaccamento verso quell’inutile etichetta è il puro e stupido tentativo di romanticizzare la conoscenza parziale di una persona che, arrogantemente, avrei dovuto conoscere molto meglio.

    Mi è stato possibile, non lo sarà più.

    Comunque l’ho pure persa.


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